(Quasi)tutto su di me: scrittura, canzoni, immagini e opinioni.
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Nome: Lino Agrò
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MY WEEKLY PLAYLIST
i dischi che girano di più sul mio stereo questa settimana

indicazioni di gusto per un NON NATALE
titolo interpreti label
1 – Vivaldi’s Gloria – Concerto Italiano/Rinaldo Alessandrini (Opus 111)
2 – Will never marry – Morrissey (Parlophone)
3 – American boy – Giuni Russo (Radio Fandango)
4 – From here to eternity - Giorgio Moroder (Durium)
5 – Bach’s The art of fugue – Ensemble Aglaia/Cinzia Barbagelata (Paragon)
6 – Moro perché non moro – Giuni Russo & Lene Lovich (Radio Fandango)
7 – Home – Lene Lovich (Stiff)
8 – My babe – Mitty Collier (Chess)
9 – French disko – Stereolab (Duophonic)
10 – LaVerne Baker – I’m the one to do it (Atco)

ho appena visitato un blog ke e' uno sballo! ANDATECI ANKE VOI:

Le Privé
IL NUOVO, TERRIBILE DISCO DI MINA

Una delle canzonacce insopportabili che la radio ci propina in questo periodo è la nuova di Mina. Dopo decenni di scempi, più o meno tutti – critici e taluni semplici fans – sono finalmente arrivati alla conclusione che la tigre è capace di sfornare, con periodicità micidiale, solo robaccia inascoltabile, mal prodotta, squarciata da una voce volgare e spropositata. Ma quest’ultimo disco supera il peggio. E’ per gran parte firmato da Andrea Mingardi, musicista assai mediocre che ha più volte cercato di sfondare ma senza mai riuscirci – si ricordano orribili partecipazioni a Sanremo e improbabili tentativi di cavalcare generi alla moda travisandone totalmente il senso – e finalmente, grazie a questa Mina ormai andata, trova l’occasione d’oro. La melensaggine di Mogol Battisti – il pezzo che ci tormenta in questi giorni –, la banalità del testo, la piattezza della base ritmica parlano da sé. Il resto dell’album? E chi ha il fegato di sorbirsi un intero album della cremonese? Lo lasciamo volentieri alle commessine e al pubblico più becero, che tuttavia mi guardo bene dal condannare per non avere la fortuna di possedere gusto, curiosità, capacità di orientamento e discernimento.
GIUNI RUSSO * GIUNI RUSSO * GIUNI RUSSO * GIUNI RUSSO * GIUNI RUSSO * GIUNI RUSSO * GIUNI RUSSO*
IL NUOVO, CONTROVERSO DISCO DI GIUNI
Finalmente se ne parla anche qui, come qualcuno mi aveva chiesto. Ho preso il doppio CD + DVD dal vivo intitolato Unusual, l’ho rigirato tra le mani, e ho tratto le prime conclusioni:
1 – il cartoncino del digipack non è plastificato, così è destinato a danneggiarsi e deteriorarsi anzitempo;
2 – il nome di Giuni ricorre troppo spesso un po’ dappertutto, quando sarebbe stato elegante gestirlo con più misura. Esempio: nell’elenco dei brani, sarebbe bastato scrivere, accanto a ogni titolo, solo il nome del musicista che duetta con l’artista, anziché far stampare ben ventuno volte – come interprete e come autrice – in una sola piccola facciata di custodia di CD il suo nome. Capiamo bene che l’affetto della Sisini e la sua volontà di portare avanti il lavoro della compagna sono fortissimi, però…
3 – le note che descrivono sul libretto, a piè di ogni pagina, le canzoni prescelte, risultano un po’ eccessive. Come quando definiscono “Un esempio di Arte musicale oggettivamente perfetto” (con tanto di A maiuscola, che fa molto mostra provinciale di imbrattatele della domenica) il rifacimento di Caparezza di Una vipera sarò , che alcuni potrebbero trovare anche non particolarmente riuscito o, quanto meno, un po’ distante dallo stile di Giuni.

E passino il trasporto emotivo delle note firmate dalla Sisini e da Battiato, anche se, lo ripeto, un po’ di distacco avrebbe giovato al progetto.
Ma veniamo al contenuto musicale. Superata la malavoglia di affrontare l’ennesimo album-tributo, la scetticità riguardo all’ennesimo album-traghetto tra il regno dei vivi e quello dei defunti, premo il tasto play.
Toni Childs, come al suo solito, è smodata e sguaiata, e non aggiunge nulla a Morirò d’amore, anzi la peggiora notevolmente.
Di Caparezza già detto sopra.
Battiato, che da decenni ormai fa parte del mondo di Giuni, sposa bene con la sua voce i due brani firmati da Russo-Sisini. Bizzarramente, però, è un Battiato che interpreta due brani à la Battiato. Come un pittore che ridipinge due falsi d’autore ispirati alla sua produzione. Tutto sommato, una cosa inusuale e divertente, un concetto kitsch che tanto ci piace.

Giunti al quarto pezzo con curiosità, scopriamo che Lene Lovich non è cambiata affatto dai primi anni ’80, e la sua scoppiettante energia spruzza di stile Stiff un pezzo austero come Moro perché non moro.
Love is a woman riesuma la voce di Giuni da quello strano album del ’75, un godibile pastiche di acid rock e easy listening. In questo duetto con tale Elena Vittoria però la discrepanza temporale è troppo evidente.
Il coro delle carmelitane scalze in La sposa è, tutto sommato, molto vicino a come uno si aspetterebbe Il coro delle carmelitane scalze.
Simpatica la Luxuria in Illusione, canzone finalmente pubblicata in CD ma che, incredibilmente, è ancora assente su questo supporto nella sua versione originale del periodo Bubble.
Di Adrenalina ricordo solo un gran casino, che fa rimpiangere l’accoppiata con la Rettore.
Sorvoliamo anche sul remix in levare di Un’estate al mare, decisamente superfluo.

E lasciamo per ultimo – ma sul CD è penultimo – l’unico inedito presente, un pezzo in inglese intitolato American man inciso nel 1979 e mai prima pubblicato. Ed è finalmente un valido motivo, da solo, per l’acquisto del doppio CD. A noi fanatici hunters di oscurità seventies, meglio se legate alla disco-dance del periodo, non pare neanche vero: testo deliziosamente scontato e improbabile, ritmo suono e arrangiamento del sapore giusto, voce in full effect! Dovrebbe diventare un hit di questo fine anno, almeno nelle serate alternative, se nel mondo ci fosse giustizia.

E’ da parecchio che non aggiorno queste pagine, ma eccomi qui a cercare di rimediare. So che molte persone, amici o semplici conoscenti, vi fanno capolino di quando in quando per sbirciare quello che scrivo o sto facendo, e ciò la dice lunga sulle modalità di comunicazione dei giorni nostri. Ovvero: è più facile ciccare sul mouse che fare una telefonata. Agiamo nell’ombra o, semplicemente, abbiamo poco tempo – poca voglia? – di dedicarci ai rapporti umani.
Forse per questo, più che per ogni altro motivo, credo sia giusto continuare a mantenere in vita il blog, lanciando messaggi in bottiglia, che spesso giungono a destinazione.

Il principale motivo di questa mia assenza – oltre a quelli legati ad un’indole incostante e volubile – è legato ai cambiamenti occorsimi negli ultimi tempi. Il ritorno in Rai, dopo l’esito positivo di una lunga ma tranquilla vertenza, mi ha cambiato la vita, in molti sensi. Oggi lavoro nella redazione di Rai Med, nella mia città dove ho scelto di rimanere. Sono ancora ansioso e sovreccitato, devo riabituarmi a un ménage più stabile e equilibrato. Ma, per fortuna, la situazione è positiva e l’ambiente di lavoro è ottimo.

Incredulo, lo sono ancora. Dopo anni di instabilità “creativa” è forse normale. Cercherò comunque di portare avanti i miei interessi di sempre, scrittura musica arte e quant’altro, razionalizzando le energie e portando avanti questo filo comunicativo che mi ha dato finora tante soddisfazioni.
Thank you, pals.
KATE BUSH E L’ARTE DEL RISPETTO. 
Difficilmente una star della musica gode di stima tanto incondizionata. Ma lei se la merita tutta, è davvero grande. Chi non conosce a fondo il suo lavoro, la associa ancora a un paio di successi fragorosi ottenuti fra i ’70 e gli ’80: Wuthering Heights, Babooshka, Running up that hill (l’ho risentita l’altro giorno su radio DJ: che potenza, che emozione!). Per questo, molti la sottovalutano o, semplicemente, non ne considerano la portata.

Ma chi ha vissuto il suo percorso, attraverso album eccellenti – due su tutti: The Dreaming e Hounds of love – non può non adorarla. Per gli inglesi è intoccabile, forse l’unico nome “classico” che non ha mai subito critiche da parte di musicisti o giornalisti musicali. Tutt’altro: in patria, forse anche più che in ogni altra parte del mondo, rimane un punto fermo, scintillante. Scoprite le ragioni navigando sui siti a lei dedicati o leggendo una delle tante biografie presenti in Rete.
Non va in concerto da una vita, il suo ultimo album l’ha pubblicato a dodici anni di distanza dal precedente (quanti “grandi” personaggi sfornano un disco ogni sei mesi?), non fa mai nulla di scontato o prevedibile. In epoca new wave, i suoi dischi erano più creativi bizzarri e profondi di tanti altri celebrati personaggi. E se gli ultimi lavori non sono forse all’altezza di quella produzione, restano pur sempre eccellenti. Anche il doppio Aerial, uscito lo scorso anno, che in alcuni episodi pare un concentrato di luoghi comuni della tanto detestata corrente etnica – chi mi conosce sa bene quanto ne ho preso le distanze –, riesce nel miracolo di farsi ascoltare e riascoltare con sommo piacere. 
Perché Kate suscita l’arte del rispetto, che travalica barriere mentali e desta incondizionata ammirazione.