(Quasi)tutto su di me: scrittura, canzoni, immagini e opinioni.
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Nome: Lino Agrò
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E poi, iera sera, funky ed electro house al Fire, venue hypertechno di Vauxhall. Impossibile pero' vedere concerti: i migliori sono sold-out da settimane!
Qui nuvoloni, fresco per le strade e caldo dentro la metro: very londonish. Hear you soon.
LONDRA, LONDRA...
... un bagno di civilta', c'e' poco da dire. Appena vista la mostra di Jeff Koons (giganteschi oli su tela, ma c'e' una seconda parte di sculture) alla Gagosian Gallery, giusto dietro l'albergo dove alloggio.

... INTANTO IO PARTO PER LONDRA: RECORD FAIRS, SOUL NIGHTS E... SAINT-ETIENNE CHE PRESENTANO DAL VIVO LA COLONNA SONORA DI UN NUOVO FILM E, ADDIRITTURA, AL GREEN E CANDI STATON IN CONCERTO AL ROYAL ALBERT HALL! UN TUFFO NELLA CIVILTA'.
CI SENTIAMO AL RITORNO.
BYE
GRAZIE A GIULIO PER IL SUO DETTAGLIATO COMMENTO SULLA PIU' GRANDE CANTANTE BIANCA VIVENTE DEL MONDO - SE TUTTO QUESTO HA UN SENSO....
ANDATE A LEGGERVI IL SUO INTERVENTO
MINA. LA PIU’ GRANDE?
Un mattino della scorsa settimana, sono in bagno come al solito, ascolto Radio Deejay. Platinette, parlando di Mina, dice che è “la più grande cantante vivente del mondo, bianca.” Specifica bianca, lasciando intendere che le cantanti di colore fanno squadra a sé, impossibile competere con quei portenti vocali naturalmente dotati.
Io, quando sento parlare della tigre in questi termini, sono sempre un po’ scettico, visti gli obbrobri che ha perpetrato negli ultimi decenni… E mi metto a riflettere per trovare degne concorrenti di questa enormemente sopravvalutata vocalist italica.
Dusty Springfield (certamente la più grande di Gran Bretagna)? Morta, ahimè. Mia Martini? Anche lei passata a miglior vita. I fans di Barbra Streisand, però, avrebbero un’ottima candidata (a me non fa impazzire).
D’altronde, una degna leggenda vivente non può essere giovincella, deve vantare sul groppone un bel po’ di lustri ed accumulato tonnellate di esperienze, non può trattarsi di una Kate Bush (ha esordito solo nei ’70) o di un nome di nicchia, underground, tipo Diamanda Galas, forza oscura della tenebre. Deve essere un’esplosione di vitalità, di energia solare universalmente scintillante.

Quindi, la folgorazione: come non pensare a Caterina Valente? Mezzo secolo e passa di carriera, abilità vocale straordinaria, notorietà intercontinentale, padronanza perfetta di molteplici lingue, discografia varia e vertiginosa, che vanta collaborazioni con titanici direttori d’orchestra e musicisti giganteschi di pop e jazz. Un esordio leggero e easy listening, per poi affinarsi sulle vie del Brasile e dell’entertainment d’autore. Una maturità prodiga di incisioni di ottimo livello (una su tutte, l’album “A briglia sciolta” del 1990, tutto di e con musicisti jazz italiani: una prelibatezza senza fine, orgasmo supremo, ascoltare per credere. Certo, forse non comunica tante emozioni, non è mai stata “maledetta”, non ha mai dato scandalo, ma il piacere intellettuale che procurano le sue ricercatissime trame vocali valgono a ricompensare tutto. Non c’è dubbio: se ha un senso decidere chi sia la più grande - anziché godere, con immenso piacere, di tante grandi - per me la migliore è lei. Viva, vegeta e perfettamente in forma!
THE SMITHS ON THE RADIO
Venerdì mattina, solita permanenza in toilette per prepararsi al lavoro. Mi appresto a fare la doccia quando, su Radio Deejay, dopo il notiziario delle 10 o’ clock, sento l’inizio di qualcosa di familiare, qualcosa che ho sentito e digerito negli anni che furono.
Pochi secondi e realizzo: si tratta, addirittura, di Stop me if you think you’ve heard this one before degli Smiths. Pezzo forse mai passato prima da una radio commerciale italiana, tratto dall’ultimo album della band mancuniana, quello Strangeways, here we come tanto incompreso quando uscì, quanto rivalutato negli anni a seguire. Questa canzone, tra l’altro, non è mai uscita come singolo e dunque perché mai la mandano in radio? Arcano risolto con l’annuncio, in coda, di Linus: c’è una cover di un tizio che gira fra le radio e le music tv, e volevano fare ascoltare la versione originale.
Un’altra cover degli Smiths, rifletto con piacere, un altro omaggio a uno dei gruppi che, col passare degli anni, acquistano nuovi proseliti tra musicisti e produttori, oltre che tra i giovani che non c’erano ancora negli anni ottanta.
La bella sorpresa di ritrovare gli Smiths alla radio – per giunta con un pezzo inconsueto – viene però guastata dall’ennesima cazzata sparata in diretta dal conduttore e dal suo degno compare, Nicola Savino, il quale esclama, impunito: “Questo è il primo pezzo degli Smiths che ascolto durare più di due minuti.” E giù altre corbellerie tipo: “Gli album del gruppo erano fitti fitti di pezzi brevissimi, perché seguivano la filosofia punk.” “Mi ricordo gli elleppì in vinile con tantissime tracce strette strette per facciata”, e così via…

Da buon conoscitore della band, immagino che i due avranno probabilmente visto in vita loro soltanto una compilation del gruppo – The world won’t listen o la sua versione americana Louder than bombs o, peggio, un postumo best-of della Wea - . Se così non fosse, dovrebbero rammentare che già il primo album eponimo conteneva madrigali ben lunghi – Suffer little children, The hand that rocks the cradle – mentre il secondo, massicciamente mandato dalle radio, era rappresentato da due estesi anthems funk wave: The headmaster ritual e Barbarism begins at home. Ma anche The queen is dead non scherzava – celebre l’infinita e melodrammatica I know it’s over , insieme alla robusta title-track – , e nel già citato Strangeways si giungeva addirittura a dilatazioni dark-psych-prog come Last night I dreamt… e Death of a disco dancer . Per inciso, tutti questi albums hanno dentro altri pezzi che superano i 4-5 minuti, oltre ai veloci episodi pop, punk e rockabilly che i conduttori ricordano di più.
E’ la stessa storia, alla radio italiana: quelle poche volte in cui si parla di musica, tra un cazzeggio e l’altro, sempre disinformazione, solo approssimazione, unicamente imprecisione. Peccato per radio Deejay, perché è l’unica, forse, che ogni tanto trasmette qualcosa di inconsueto per la becera programmazione delle inascoltabili stazioni peninsulari.
Bello comunque riascoltare in onda il pezzo citato, perché l’ascolto via radio è sempre diverso e più emozionante di quello tramite lettore CD, impianto Hi-fi, diavolerie digitali…
Forse però gli incauti dj’s non dovrebbero spingersi in territori a loro ignoti. Non sarebbe meglio annunciare e non aggiungere altro, lasciando intatta la magia?
Stessa storia. La morte di qualcuno che conoscevo mi prende di petto, mi stordisce. Se questo qualcuno poi era ancor giovane, lo sgomento sale. Non era propriamente un mio amico Giuseppe Leopizzi, nel senso che non ci frequentavamo. Però quando ci si incontrava in giro, ai concerti, c’era un cortese scambio di saluti, di due chiacchiere. Lo avevo intervistato un paio di volte in passato e musicalmente lo ricordo soprattutto per il primo album degli Aes Dana The Far Coasts of Sicily , dove la musica celtica s’incontrava con i sapori di quaggiù. Il 33 giri me lo aveva dato lui, e poi è diventato un pezzo anche molto ricercato, e non solo dai fans della new age.
Giuseppe era forse un salutista, sicuramente uno perbene. Stroncato da un capriccio della malasorte. Da una curva improvvisa e acuta di questo beffardo percorso a ostacoli che chiamiamo vita.